Colour Code | Daniela Vasta

Colour Code

Quando il colore è vocazione

 

Daniela Vasta

 

Il colore, per Fabio Modica, non è uno strumento accessorio: è una scelta, anzi una vocazione. Cui l’artista ha inizialmente resistito, negli anni, pur fortunati e promettenti, in cui praticava da virtuoso il disegno e il chiaroscuro, giungendo a emulare, nell’esercizio perfetto della copia, i maestri del Rinascimento.

Ma le vocazioni, si sa, prima o poi pretendono di essere abbracciate.

La prima compiuta espressione di questa nuova scelta in favore del colore è costituita da dipinti come The other (2009), Untitled (2010) o Simona (2011): sono volti dall’espressione ora distante ora timorosa che emergono da neri profondi e saturi, in cui le stesure smaltate e neomanieriste degli esordi sono state sostituite da complesse tarsie cromatiche, composte in un equilibrio quasi miracoloso, cesellate con la scrupolosità dell’orafo. I colori prescelti sono spiccatamente antinaturalistici, violenti, urlanti. Modica, profondo conoscitore della storia pittorica europea, si mette non a caso sulle orme di quei maestri della “linea espressionista” dell’arte occidentale che per primi hanno usato il colore come strumento principale dell’espressione: Matisse, Derain, Munch, Marc, Nolde, Ensor, Schiele, Kokoschka, il Kandinsky del periodo monacense. Riferimenti “nordici”, per lo più, con cui evidentemente c’è una sintonia elettiva; un’esuberanza, una sensualità dei colori che tuttavia non si può comprendere senza un riferimento ai colori del Mediterraneo, la cui forza generazioni di artisti hanno cercato di cogliere ed emulare.

Questa “tradizione” del colore offre al giovane pittore siciliano riferimenti illustri e convincenti quanto all’uso a “volume alto”, altissimo, delle partiture cromatiche. Eleggere il colore a vero e proprio “codice” significa che esso assurge a sistema linguistico autonomo e compiuto, dotato di una fonetica, una grammatica e una sintassi, nonché di un lessico utile per “dire”, per raccontare tutta la realtà.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, è necessaria molta disciplina per governare forze così poderose. Scriveva Matisse su «La Grand Revue» del 25 Dicembre 1908: «Bisogna che i colori diversi che uso siano equilibrati in modo tale da non distruggersi gli uni con gli altri. Perciò devo mettere ordine nelle mie idee. La relazione fra i toni si stabilizzerà in tal modo che li puntellerà invece di abbatterli […] Dal rapporto dei toni deve risultare un accordo di colori viventi, un’armonia analoga a quella di una composizione musicale». Se i colori sono energie impulsive, centrifughe, tendenzialmente anarchiche, occorre concentrarsi sulle loro proprietà e formulare attente valutazioni per prevedere le loro reciproche relazioni e dominarne perfettamente gli esiti espressivi.

Quando ci si trova di fronte alle opere di Fabio Modica si ha proprio questa impressione: di un’enorme energia sapientemente controllata, meticolosamente guidata. C’è un procedimento costruttivo, di lenta e accurata giustapposizione di tessere, di fonemi, di parole, per comporre enunciati mai fuori controllo. Nelle pittosculture composte di fili elettrici, di stracci, di plastiche, questo procedimento è assai più evidente, perché non si può fare a meno di immaginare il lavoro artigianale delle mani che costruiscono, assemblandolo lentamente, un manufatto. Ma anche nella pittura, a ben vedere, accade la stessa cosa: la costruzione meticolosa della superficie pittorica, tassello dopo tassello, tono accanto a tono, fa sì che l’impulso sia soggiogato dalla ragione, che la passione venga sottoposta al filtro della mente. Qui riemerge, in altra veste e come trasmutata, la forma mentis acquisita nello studio accademico, quell’assunto umanistico per cui la razionalità presiede alla creazione.

Quando, intorno al 2010, la strada del colore, all’interno del percorso artistico di Modica, sembra promettere finalmente una verità di ispirazione e una bontà di risultato che incoraggiano a percorrerla, ecco che l’artista si può spingere a misurarsi con il grande formato, più ambizioso e complesso da gestire. Un’audacia che viene premiata sin da subito da risultati più che convincenti. Le tarsie cromatiche allora di dispiegano, si spianano, assumono un ritmo più largo e meno concitato. Le tessere di colore si ampliano e diversificano nella peculiarità delle diverse superfici, facendosi ora lisce e diluite, ora corpose e materiche. In alcuni punti la densità della stesura pittorica, resa scabra dall’aggiunta di materia (sabbia, detriti, foglie) crea volutamente inciampi visivi, e costringe a una lettura lenta, a riconoscere quei frammenti di “realtà” inglobati nella sostanza viva del colore e posseduti da esso.

Chi guarda però non può fermarsi a una degustazione ravvicinata della pittura: si perderebbe di assaporare la forza dell’intero, che non si esaurisce affatto nella celebrazione del colore e della sua forza. Per quanto possa giungere sulla soglia della pittura senza oggetto, Modica tuttavia non si addentra mai in questo territorio, convinto della necessità “morale” del soggetto, sospettoso nei confronti delle derive contemporanee del concettuale. A chi guarda, si diceva, è pertanto richiesta una “giusta distanza”: non troppo lontano, perché questo farebbe perdere quella complessità di scrittura e di stratificazioni, quella materia scabra e sofferta, che è fondamentale per comprendere la poetica dell’artista; non troppo vicino, perché questo annienterebbe la percezione del soggetto. Questa modalità di cogliere un “intero” costituito di parti discrete, separate, risuona ampiamente nella storia dell’arte occidentale, dal mosaico bizantino alla decorazione barocca alle ceramiche siciliane e arabe.

E oltretutto i temi sono di quelli che arrivano al cuore e che interpellano nella parte più intima di noi stessi. Domande pesanti come macigni: chi siamo? quanto pesa la nostra storia personale? con che bagaglio di macerie e di attese guardiamo al futuro? mi posso fidare dell’altro? esiste davvero la possibilità di un io in relazione? siamo certi della nostra identità o essa è, pirandellianamente, frammentata in centomila apparenze? L’atelier catanese di Fabio Modica è affollato di presenze. È una collettività di storie su storie, di voci intrecciate ad altre voci, di volti che guardano volti, di sguardi che sussurrano racconti di vita e di dolore. Esporre questi dipinti significa liberare narrazioni compresse, in attesa di dispiegarsi e di parlare a voce alta; esporsi ad essi significa essere disposti a un contatto potenzialmente destabilizzante.

 

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Colour Code | by Daniela Vasta

 

The Colour Code | When colour is a calling | Daniela Vasta

Translated by Simona Agata Giuffrida

 

Colour, for Fabio Modica, is not an accessory: it is a choice, indeed, a calling, to which the artist did not yield for years. Yet, those were lucky and promising years, as he was a virtuoso in drawing and chiaroscuro, coming to emulate – and perfectly copying – the great Masters of the Renaissance. However, as everybody knows, a calling sooner or later catches up with you.

The choice of colour initially finds its full expression in such paintings as The other (2009), Untitled (2010) or Simona (2011); faces with a distant and fearful look emerging from deep, saturated blacks. Here the enamelled, neo-mannerist coats of the beginnings have been replaced by complex, chromatic wedges held in a nearly miraculous balance, chiselled with the scrupulousness of a goldsmith.

The colours chosen are clearly anti-naturalistic, violent, screaming. Modica, a profound connoisseur of European pictorial history, unsurprisingly follows in the footsteps of the “expressionist line ” of Western art, which first used colour as the main vehicle of expression: Matisse, Derain, Munch, Marc, Nolde, Ensor, Schiele, Kokoschka, and the Kandinsky of the Munich period.

There is undoubtedly an elective affinity with these sources, which are mostly “Nordic”. The exuberance, the sensuality of colour, however, cannot be understood without reference to the colours of the Mediterranean, whose force generations of artists have tried to seize and emulate.

This “tradition” of colour provides the young Sicilian painter with prestigious and compelling models when it comes to play the chromatic score at a high, thundering “volume”. Elevating the colour to the status of a real “code” means that it rises into a comprehensive linguistic system with a phonetics, a grammar and a syntax of its own as well as a useful vocabulary to “speak”, to tell about reality.

Contrary to what one might think, much discipline is needed to govern such powerful forces. Matisse wrote on “The Grand Revue” of December 25, 1908: “It is necessary that the various colours that I use be balanced so that they do not destroy each other. To do this I have to organise my ideas. The relation between the tones will settle in such a way that it will sustain and not destroy them […] The relationship of tones must result in a living arrangement of colours, a harmony similar to that of a musical composition.” If the colours are impulsive, centrifugal, anarchy-oriented energies, one should focus on their properties and make careful evaluations to predict their mutual relationships and to perfectly master the outcomes.

When faced with the works of Fabio Modica, one has the impression of a tremendous energy being cleverly controlled, meticulously guided. There is a constructive process, a slow and accurate juxtaposition of tiles, phonemes, words, to make statements that are never out of control. In the sculpture-paintings made up of electric wires, rags, and plastics, this process is much more apparent, and one cannot help but imagine hands crafting, slowly assembling, an artifact. But even in painting, in fact, the same thing happens: the meticulous, tile after tile, tone by tone construction of the pictorial surface causes the impulse to be subjugated by reason, and the passion to be filtered by the mind. Even so disguised and transmuted, the mindset acquired in the academic study here resurfaces, that is, the humanistic assumption whereby rationality presides over creation.

When, around 2010, a truth of inspiration and a goodness of results within Modica’s artistic journey encourage him to go down the colour path, the artist tried his hands on the great format, more ambitious and complex to handle. A bravery that is rewarded with more than convincing outcomes right away. The chromatic wedges then unfold, stretch, take a broader and less frantic pace. The color tiles expand and diversify at each different surface, now smooth and diluted, now rich and materic. At some points, the density of the pictorial coats, which the addition of matter (sand, debris, leaves) has made rough, deliberately makes the eye stumble and forces a slow reading to recognise those fragments of “reality” embedded in the living substance of colour and possessed by it.

The observer must not stop at tasting the painting from close up: one would miss out on the full force of the whole, which is not exhausted at all in the celebration of colour and strength. Despite reaching the threshold of abstract painting, Modica never goes deep into this territory, convinced of the “moral” necessity of the subject, suspicious of the contemporary excesses of the conceptual art. To those who look, as said before, a “right distance” is required: not too far, because that complexity of writing and stratification, that raw and troubled matter, which is fundamental to understanding the poetics of the artist, would be lost; not too close, because this would spoil the perception of the subject. The seizing of a “whole” consisting of separate, discrete parts resonates extensively with Western history, from Byzantine mosaic to Baroque decoration to Sicilian and Arabic pottery.

And, moreover, the themes are those who come to the heart and interrogate the most intimate parts of ourselves. Questions as heavy as boulders: Who are we? How much does our personal story weigh? With what baggage of rubble and expectations do we look to the future? Can I trust the other? Can we really be ourselves in a relationship? Are we certain of our own identity or is it, as Pirandello puts it, fragmented into one hundred thousand appearances? Fabio Modica’s Catanian atelier is crowded with presence. It is a collectivity of stories about stories, of voices interwoven with other voices, faces looking at faces, gazes whispering stories of life and pain. Displaying these paintings means releasing narratives waiting to unfold and speak aloud; it means accepting a potentially destabilising contact.